Non credere, fu solo la condizione traballante della mia esistenza a spingermi a tutti quegli incessanti tentativi, di cui adesso mi vergogno, di ricomporre lo screzio insanabile tra noi, nonostante gli atteggiamenti vagamente persecutori e moralmente illeciti di cui mi facevi premurosamente oggetto nel corso di giornate interminabili.
Dipendevo troppo da te per sperare di affrancarmi da quella sorda inquietudine che mi prendeva quando mi imponevi il tuo concerto monocorde ed io, muta, riuscivo solo ad odiarti disprezzando, nella tua immagine, la stessa irrisolutezza che stava dentro di me.
La condanna del silenzio è un giogo antico e quella di dar voce alle proprie ragioni è una libertà che allora non riuscivo a permettermi, nonostante ogni giorno venisse insultata oltre alla mia persona, a cui in verità nemmeno io tenevo tanto, anche l’unica cosa che avevo sentito davvero degna in quell’anno trascorso a battagliare: la parola. Già, la parola, quella consolazione dorata a cui torno spesso, in un rituale che a volte diventa recinto, memore del fatto che in lei ci sia qualcosa da rispettare più che in me stessa. E’ una strana alchimia quella che si crea tra me, amanuense che presto la mia mano al suo spirito e lei, voce che nessuno sa bene da dove sgorghi: siamo due miserabili che altrimenti non arriverebbero a baciare la riva più alta.
Scrivere è più di un lusso e nonostante ci sia qualcosa di infantile in tutto questo - dicono che le parole non siano che l’ombra delle cose - io non demordo. E per questo scrivo, specie di notte, quando uno spiffero si infila nel rumore confuso che il vento porta da lontano ed io, non sapendo quando l’alba possa venire, lascio aperta ogni porta, che abbia ali come un uccello oppure onde, come spiaggia, affinché a frenare la mia mano, che lavora per raddrizzare il torto, sia unicamente la consapevolezza morale che rende esitanti e non la codardia che inevitabilmente arriva quando la necessità chiama.
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venerdì 25 luglio 2008
|26| E per questo scrivo
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