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martedì 13 maggio 2008

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Non sapendo quando il mio compleanno possa venire lascio aperta ogni porta,
che abbia ali come un angelo oppure capelli, come paglia


Avevo detto a mia mamma di togliere gli angeli dalla porta, per favore.

Mi aveva domandato quali angeli, per favore.

Quelli là, e avevo indicato il vuoto, l'asta di legno sopra il vuoto, ma avevo gli occhi fissi. Ero attenta come lo sono i gatti coi dadi tratti e sei vite perse, una dopo l'altra. Avevo sei anni, ne avrei compiuti sette di lì a poco.

Togli gli angeli, per favore. Gli angeli sono fuori portata.

Pioveva ruggine, come ogni settembre, e io gridavo che era il mio compleanno ogni giorno, che gli angeli mi portavano i regali ogni notte, che li rifiutavo prima ancora di scartarli. Le mie nonne pregavano, dicevano: Sette e non più di sette. Io ridevo, perché non avevo tempo da perdere.

Non credo che gli angeli fossero nudi: semplicemente non perdevo tempo a guardarli, correvo per casa e se non trovavo nessuno gli lanciavo gli acini d’uva. Avevano ali come cartapesta, si bucavano con una facilità estrema.

Avevo imparato apposta a usare la fionda, ma mia mamma diceva che bisognava usare l'astuzia. Allora avevo costruito uno spaventapasseri coi capelli di paglia e la maglia sottile, con le braccia a filo e gli occhi sgranati. L'avevo messo di fronte al cancello. Agli angeli piacciono enormemente le porte. Si erano ammucchiati sulle braccia finte, cantavano gli inni.

Settembre è mese di vendemmia, aveva detto mia mamma, tocca a te scagliare la prima pietra.
Avevamo tracciato una linea a terra col gesso, non la potevi superare. Tutti miravano agli occhi sgranati, ma nessuno vedeva gli angeli. Più a destra, dicevo. Nessuno ne aveva preso nessuno. Io ne avevo buttati giù sei su sette. Una buona media, mi aveva detto l'ultimo, con la voce rotta.

I compleanni suonavano di carillon, ma non hanno più avuto quel tripudio di cori e vocine spezzate, che sbocciavano e sfiorivano nel giro di un attimo dall'alto dell'architrave.