lunedì 30 giugno 2008

|13|

Enciclopediche misurazioni intorno all’asse di un pensiero piccolissimo: l’uomo fatto di terra in terra,dentro quello che chiama cosmo e non sa nemmeno quanto sia la sua dimensione.
Inventa spazi a n dimensioni e poi sa arrivarci solo con il sogno di equazioni e calcoli a lui,solo lui, sorti dentro la radice del cervello.Uno spazio spettacolo,in cui esibire l’in-finita solitudine.Per questo migra l'uomo, dentro i sogni e i segni che s-fioriscono la sua natura.Una luce nata millenni fa:son-ora,improvvisa-mente matura in una visione. Fragilissimo vaso di neutrini,un vento di semi e fantasmi: fantasia.

Giardini di scrittura da bere. Scribere: una f(r)onte sigillata e un'alba che ha in sé la sonorità del segno mentre la mente scava la roccia, con il graffio dello stilo, il prolungamento del dito, (p)arto che si fa arte. E bere, come un uccello ubriaco di cielo e di bagliori. Bi-bere: bi-be-re. La prima e la seconda sillaba, bi-be, allaga il ventricolo del ricordo, apre la porta di un verbo mare, a-mare. Li(e)be: amore. Es-pressioni del ver(b)o onnivoro dietro la porta della bocca, pronunciati entrambi sulle labbra, nell'acqua rinascente della lingua, in-contro il palato, verso ri-versato nella spiaggia dei sensi.

Dire: di-cere, serpi che si adagiano sulla sabbia della ri-va, onda dopo onda. Graffiando la tavoletta di cera graffiare l’aria o anche l’anima, o la mente, mollemente cedevole sotto l’impulso del suono aperto,in-volato come un uccello, a-lato nell’o(re)cchio, già visione e dunque anche occhio dell’io, che si beve. Bere,si,anzi bi-bere il senso sapore di quel graffio, se(g)no che nutre, ambiguo n-uovo, con-io di ombre sotto la luce, lasciato lì per terra, per in-tendere, pro-cedere, sgusciandoci la mano che scrive. In-credibili le parole!Un regno,un ragno. T e s s e n t e. E mi abito, pronta per altre albe, già sulla soglia, spalancata tra il giardino di questo globo terracqueo e il planetario di un mio globulo di sangue.

venerdì 27 giugno 2008

|12| Voci nell’aria

Voglio essere pronta, pronta a riceverla.

E con lei, e con le voci del risveglio e i rumori dell’aia, sbattermi via di dosso l’odore della notte, come briciole dalla tovaglia.

E vestirmi con colori nuovi, leggeri e volanti, e sentirmi nuova io stessa.
Che questa notte non mi appartiene, che questi occhi non sono miei, che questa anima non è la mia.
Voglio che entri qui, qui, trovandomi ad aspettarla. Che con lei mi sento per una scheggia di secondo unica testimone di tutto il fragile dell’universo. Mi sento così sola con lei. Una solitudine felice, se si può dire, una
solitudine di privilegio. I miei circoli torbidi di pensieri notturni si
sciolgono come zucchero nel tè caldo e io ricomincio a vedere.
Abito nuovo, leggero e volante.

Voglio che entri aria in questa casa, voglio corrente che si insegue di stanza in stanza. Perché questo vento, a quest’ora, mi bisbiglia altre storie. Le raccoglie per strada e le getta in faccia a chi ha tempo per ascoltare.
All’alba queste voci sono più chiare e io non mi voglio perdere una parola.
Spero sempre di raccogliere qui i perché che non mi sono stati dati o che non ho avuto il coraggio di domandare.

L’aria neniosa entra ritmica e segue i contorni delle cose, riempie i vasi e ogni cavità che incontra. Quattro petali di rosa a terra, la porta della cucina che violenta sbatte, l’aroma di caffé che dalla moka viene rapito e portato altrove. L’odore di nuovo dell’ abito bianco, il pelo del gatto, i grani di sabbia nascosti tra le pagine del libro.

Ed io resto qua ad interpretare segni come misteriosi fondi di tazze di caffé.

giovedì 19 giugno 2008

|11|Il fuoco dentro

Avrei bisogno di un po’ di luce. Avrei bisogno di un po’ di aria. Il mio cuore malato mi chiede pietà, mi chiede di stringerlo in un abbraccio di fiori.
Perché vivere su un filo l’intera esistenza? Perché correre dietro ad un uomo di cartapesta che mette il suo ego prima di tutto? Voglio farmi male. Voglio punirmi e pugnalare la mia anima che non è capace di staccarsi da lui. Aspetto la luce. Una luce che deve ancora arrivare. Mi deve avvolgere, portare via e
donare nuova fiducia in me stessa. Mi sento così vuota, priva di ogni qualità, priva di un buon motivo per farmi amare da chi vuole davvero. Ma sento anche che non è tutto perduto. L’aria filtra da qualche poro, qui nella mia casetta di legno sul mare. Guardo l’orizzonte e la speranza si riaccende. Mi sento
bene quando respiro questi sussurri d’acqua e di sole. Poco a poco diventeranno brezza, poi vento, tempesta e… luce. So che guarirò da questa malattia di cuore e anima, ma ci vorrà tempo. I pietosi sorrisi di miele delle ombre accanto a me mi fanno odiare i miei valori. Mi fanno detestare la mia
completa devozione, il mio immenso amore, la mia ingenuità e la mia insicurezza, la mia ricerca di protezione e dolcezza. Lui aveva la priorità su tutto, lui era in cima ai miei affetti, lui ora è in un abisso di melma.
L’immaturità di un uomo che non sa amare si scontra con la cecità di una donna che non riesce a dimenticarlo.
Apro le braccia e invoco aiuto, mentre aspetto di uscire da questo lungo e oscuro tunnel di puro amore. Non so quando, non so come, ma ne uscirò carica di luce sfolgorante.

venerdì 13 giugno 2008

|10| Guai a lasciare la porta aperta, rischio di non chiudere occhio dall' ansia

Al contrario di te, mia cara Emily, non esiste che me ne vada a letto senza aver appeso con forza la mia mano alla maniglia per appurare la tranquillizzante e necessaria doppia mandata. Sono cambiati i tempi, non c'è che dire, eppoi la mia soglia non ha mai avuto la fortuna di accogliere l' infrangersi delle onde o i maestosi volatili: al massimo, m'è capitato di rimbalzare qualche venditore della Folletto o un paio di testimoni di Geova, quindi non me ne vorrai se a volte, conscia che la notte è genitrice di incubi e cattivi pensieri, ci metto pure il chiavistello. Magari è colpa mia, che non mi fido nemmeno di me stessa, magari sono stati gli horror di serie B visti in quelle galeotte seconde serate estive dei miei quindic'anni. Fatto sta che a volte, un attimo prima di venire inghiottita dal soporifero abbraccio delle lenzuola, il dubbio finisce addirittura per strapparmi dal torpore del riposo e farmi scattare in piedi, goffa come un Gaber alle prese con il fantomatico gas, per controllare se si, effettivamente, l'ho chiusa o no quella dannatissima porta? Vi sembro ridicola, vero? E che direste, se ora, a fuor di metafora, vi chiedessi di lasciar stare chiavi, serrature e fobie da casalinga single, in favore della piu' banale tradizione che vede l'amore, proprio lui, sempre al centro dei discorsi
(presumibilmente) alti di noi donne? Vi sembrerei forse ancor piu' banale, se mi raccontassi alle prese coi miei Jason Voorhees relazionali, fatta a pezzi dai miei Freddy Krueger del sabato sera o ferita, sbrindellata e scarnificata dai miei Nosferatu del materasso? Che sia il mio scritto, assieme alle mie paure e alla mia latente sociopatia, riconducibile a loro? A voi il beneficio del dubbio. Ad ogni modo, in entrambi i casi, consiglio non la doppia, ma la tripla mandata. In barba ad Emily, che con tutte quelle porte aperte, se non mi moriva di nefrite, certo aveva la tisi assicurata.

lunedì 9 giugno 2008

|9| Le onde fanno male

Le onde fanno male. Se le osservi con i piedi nell’acqua, sul bagnasciuga, ti fanno venire un gran mal di testa. Anche se provi a saltarle ti fanno male lo
stesso: arrivano, diventano più alte e nonostante tutti i tuoi sforzi si infrangono contro la tua pancia. Io le ho guardate a lungo. Ero su una di quelle terrazze panoramiche a strapiombo sugli scogli. Era ottobre e c’era un gran sole che calava all’orizzonte. Una di quelle scene che una coppietta farebbe di tutto per godersi tenendosi per mano. Io ero sola.
Avevo un lavoro deludente e un’amica irritante che si ostinava a ripetermi che sarebbe andato tutto a posto. Come? Domandavo io. In qualche modo. Rispondeva lei.
Erano passati due mesi esatti in quel giorno di ottobre, e ancora mi tormentavo l’anima. E le mani. Anche i polmoni. Tre sigarette in un’ora. Accanto ai piedi mozziconi sconsolati e intanto si alzava un vento freddo che mi ricordava l’arrivo dell’inverno. Il libro che avevo in borsa era solo un macigno che mi portavo dietro. Lo avevo iniziato due mesi prima; poi l’avevo lasciato impolverare sul comodino e proprio quel giorno era ritornato prepotentemente tra le mie mani. Un regalo, un suo regalo. Con dedica allegata: ti amo, per sempre.
Non più, evidentemente.
Mi aveva detto che avrebbe fatto un viaggio: Patagonia. Dove? Chiedo io.
Patagonia. Risponde. Lontano, molto lontano. Non volevo arrendermi mentre mi diceva che sarebbe stato un viaggio lungo sette mesi. Una parte dell’armadio era già vuota; il resto era sparso in camera, nella nostra camera. Sarebbe stato impacchettato tutto e spedito. Addio. Addio.
Se ne è andata lasciando la porta aperta. Era stata tutto, troppo. Ne avevo abbastanza. Stavolta le mie ali avevano bisogno di riposo per poi librarsi in volo.

Mi sono alzata e ho chiuso quella maledetta porta.

Le onde fanno male. Continuano ad infrangersi sulla riva senza arrendersi. Ero stata un’onda anch’io. Lei mi aveva tolto l’anima. Era ora di riprendersi le ali.

venerdì 6 giugno 2008

|8|

La scogliera è ripida, a strapiombo sul mare, una ringhiera protegge dal burrone. Di fronte una panchina di legno dipinta di bianco, e un albero di pesco con i fiori un po' aperti; la primavera si sta annunciando.

Sono quasi le 4 di mattina ma è ancora buio. L'erba sotto i miei piedi scalzi è umida di rugiada, la sensazione è piacevole al tatto. Mi avvicino lentamente, non per timore, conosco bene il luogo, ma per assaporare a pieni polmoni i profumi della notte: l'odore del mare, dell'erba umida. Il profumo dell'alba, che mi accompagna fin da bambina, quando con mio padre ci sedevamo sulla panchina e parlavamo di tutto e di niente. Quando sono in questo luogo, faccio pace con me stessa e con tutte le mie angosce; qui mi ritrovo. Mi siedo, e raccolgo le gambe per proteggermi dal fresco della notte e dalla leggera brezza che si sta alzando. La notte è così limpida che potrei contare una ad una le stelle; alzo lo sguardo e mentalmente mi ripasso le costellazioni: l'orsa maggiore, l'orsa minore...

Alle mie spalle sento sbattere la porta aperta e all'unisono risponde l'imposta di una finestra, sembra che anche la casa voglia salutare il nuovo giorno. Mi abbraccio le gambe e aspetto. Il vento mi muove i capelli, sembra quasi una carezza, e la risacca del mare accompagna i miei pensieri. Poi all'improvviso una luce all'orizzonte. È iniziata l'alba. Lentamente diventa un tripudio di colori, le stelle pian piano si spengono e si accende il sole. Attorno a me si compongono i colori, come se una mano gigantesca di un pittore stesse dipingendo la sua tela: il verde dell'erba, il colore scuro della corteccia dell'albero, i fiori chiari, la mia pelle rosa...Il bacio del sole mi riscalda il viso.

La vita si sta risvegliando, i gabbiani salutano il nuovo giorno volando alti come una danza, liberi e senza confini. Un sospiro mi sale dal petto, mi rialzo e con lentezza ritorno verso la casa che mi aspetta come le braccia accoglienti di un amante. Un nuovo giorno è iniziato.