giovedì 31 luglio 2008

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Sfoglio il quotidiano e mi soffermo su un titolo, lo leggo a voce alta e ti lancio un commento rapido, fingo interesse all’articolo ma sto attento a te.

Sorseggi il caffè, mi guardi severa e non parli - a cosa pensi? mi stai ascoltando? - poi gli occhi mi sorpassano e si arrestano sul vuoto della finestra; quindi appoggi la tazzina sul lavabo ed esci in giardino. Allora depongo il giornale, mi alzo e ti osservo da dietro al vetro, nascosto dalle tende.
Prendi una cesta e ritiri il bucato steso sul filo. Hai i capelli ribelli stamattina, una ciocca sfugge al fermaglio e ti scivola sulla guancia.

Se evitiamo di parlarne piano piano tutto tornerà come prima. Le cose che non si sanno con esattezza finiscono nella nebulosa dell’incerto e con un po’ di buona volontà in quella del non-è-mai-accaduto.
Avremmo bisogno di un progetto, tu e io, come quando siamo arrivati qua e abbiamo aperto il ristorante. Dovrei parlarti. Dirti: andiamo via. Ci compriamo una barca e ce ne andiamo in giro per il mondo. Apriamo un chiosco di fish & chips in ogni porto, appendiamo le lucine intermittenti e mettiamo a tutto volume i giorni pari Duke Ellington e i giorni dispari Gigi D’Alessio, la domenica li suoniamo entrambi, anche contemporaneamente.

Se sorridi, anche solo un poco, tutto tornerà a posto.

Tra poco arriveranno i camerieri e il cuoco.
Non so impedirmi di provare una fitta al ventre quando entrano. Lei non c’è. Lo so che non c’è ma continuo a vederla attraversare la porta spavalda e muoversi nella sala. Poi la fitta mi afferra più a fondo e hanno il sopravvento le immagini della stanza in penombra, di lenzuola avvoltolate, il dettaglio delle sue cosce aperte e del seno che sobbalza a ogni spinta; la testa che si piega all’indietro e la bocca spalancata in un urlo.
Stringo i denti.

Serve tempo e determinazione, è quello che mi dico, e mentre ti osservo spostare i vasi di gerani mi accendo una sigaretta. Mi trema la mano. In bocca un sapore aspro, che sa di amarezza e di marciume.

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